Poco più di un secolo fa a Ziguinchor, capoluogo della Casamance, la provincia meridionale del Senegal, nasceva Ousmane Sembène. Il fatto che sui documenti di quello che è stato uno dei principali registi e scrittori dell’Africa, compaia come data di nascita “1° gennaio 1923” è già significativo. La registrazione delle nascite era stata introdotta dai colonialisti, ma la gente del posto non si interessava molto della cosa. Una volta adulto, quando Ousmane aveva avuto bisogno di un documento, si recò negli uffici, sapendo più o meno l’anno di nascita. In ogni caso tutti venivano registrati come nati il 1° gennaio. Migliaia di africani sono così venuti al mondo il primo giorno dell’anno.

La sua vita è stata simile ai romanzi che ha scritto e ai film che ne ha tratto. Figlio di pescatori wolof, a quattordici anni abbandona la scuola e inizia una serie di mestieri manuali di ogni tipo, spesso anche faticosi. Compiuti i diciannove anni, nel 1942, segue il destino di molti giovani africani dell’epoca: essere reclutato a forza nell’esercito coloniale francese, per combattere in Francia e in Germania nella II Guerra Mondiale. Come molti giovani africani, scopre sul fronte che i ragazzi bianchi hanno paura come lui, sanguinano come lui, muoiono come lui. Prende coscienza allora che la presunta superiorità dei bianchi, inculcata ai colonizzati, non è affatto tale.

Finita la guerra, torna in Senegal dove partecipa allo sciopero degli operai, costretti dai francesi a lavorare con turni massacranti alla ferrovia Dakar-Niger. Questa esperienza si tradurrà successivamente in un romanzo, pubblicato nel 1960, dal titolo Les bouts de bois de Dieu in cui racconta con profondo realismo quando i 20.000 ferrovieri della linea Dakar-Bamako, che si facevano chiamare “I pezzi di legno di Dio”, entrano in sciopero e, dopo cinque mesi di conflitto, riescono a costringere la direzione a cedere e a vincere la causa. Questo scontro durissimo segna una profonda svolta nei rapporti tra la popolazione e l’amministrazione coloniale. Ma soprattutto, rappresenta una prova terribile per gli scioperanti e le loro famiglie. Da Ibrahima Bakayoko, il saggio e carismatico leader del movimento, a Ramatoulaye, Mame Sofi e tutte le donne di Dakar, ognuna affronta la repressione e la fame, i dissensi e i dubbi per far vincere la solidarietà.

Nel 1948 si imbarca clandestinamente per la Francia e, dopo un breve periodo a Parigi dove lavora come operaio, si stabilisce a Marsiglia, dove lavora come portuale e diventa anche sindacalista della categoria. È da questa esperienza che nascerà il suo primo romanzo Le docker noir, uscito nel 1956.

Diaw Falla, il protagonista, è uno scaricatore di porto che non vuole sprofondare nella sua condizione di uomo di colore. È istruito, visita musei e cerca di distinguersi dagli altri. Scrive un romanzo e, con i suoi risparmi, va a Parigi per presentarlo. Una scrittrice lo prende sotto la sua ala e gli promette di pubblicare il manoscritto, ma lo pubblicherà a suo nome, vincendo anche il gran premio letterario dell’anno. Quando Diaw Falla si reca da lei per chiederle spiegazioni, lei gli offre dei soldi. La discussione degenera e Diaw finisce per ucciderla. Al di là del romanzo sociale e impegnato, Ousmane Sembène si chiede quale sia il vero crimine commesso da Diaw Falla: quello di aver voluto dimenticare di essere nero in un mondo di bianchi.

Sembène si appassiona alla letteratura africana della négritude grazie ad alcuni libri letti nella biblioteca del sindacato: «Da nessuna parte si riusciva a trovare la descrizione di un africano responsabile del suo destino. È questo che mi ha fatto rivoltare, mi ha spinto a scrivere» dirà in un’intervista.

Intanto si iscrive al Partito comunista francese e nei primi anni Sessanta riesce a ottenere una borsa per recarsi a Mosca e studiare cinema all’Università della capitale sovietica, dove segue i corsi di Sergej A. Gerasimov e Mark S. Donskoj. Al suo rientro il Senegal è finalmente diventato indipendente e Ousmane inizia a lavorare come giornalista, realizzando importanti reportages in Congo, sul leader Patrice Lumumba, incontrato a Léopoldville, e sulla situazione di quel Paese.

Per Sembène inizia una nuova fase creativa, approdando nel 1963 al cinema con la realizzazione di alcuni film in bianco e nero in cui già si delinea il suo percorso artistico e politico, nel cogliere la disperazione della società senegalese, composta di individui dalle precarie condizioni di lavoro, duramente segnati dalla colonizzazione e dagli arruolamenti forzati nell’esercito francese, attratti dal miraggio di una vita agiata in Francia. Film importanti anche per il loro carattere pionieristico: è in quegli anni, infatti, che sta nascendo il cinema africano, ispirato dal Neorealismo e dalla Nouvelle vague. La scelta del linguaggio cinematografico è anche legata al diffuso analfabetismo e alla capacità di tale mezzo di coinvolgere molte più persone, rispetto al libro.
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Nel 1968, anno simbolico per i movimenti di lotta, realizza Mandabi (Il vaglia), suo primo film a colori ispirato al suo romanzo omonimo, in cui narra le vicende di Ibrahima Dieng, disoccupato, che vive con le sue due mogli e i sette figli a Dakar. Suo nipote, Abdou, gli invia un vaglia postale da Parigi del valore di 25.000 franchi, che ha risparmiato lavorando come spazzino. Ibrahima deve tenere una parte del denaro per sé, risparmiare una parte per il nipote e dare una parte alla sorella. Tuttavia, Ibrahima incontra numerose difficoltà nel tentativo di riscuotere il vaglia. Non avendo un documento d’identità, deve passare attraverso diversi livelli della burocrazia senegalese, spendere un mucchio di soldi senza riuscirci. Nel frattempo, i vicini, saputa la notizia del vaglia, vengono a chiedere soldi e Ibrahima si indebita ulteriormente. Alla fine, viene truffato da Mbaye, suo nipote senza scrupoli, che ha promesso di incassare il vaglia postale per lui, ma gli ruba i soldi, dicendo che è stato borseggiato. Un film sarcastico, quasi grottesco, amaro che esplora i temi del neocolonialismo, della religione, della corruzione e delle relazioni nella società senegalese meglio di molti saggi sociologici o antropologici.

Divenuto ormai celebre, Sembène viaggia in U.R.S.S., Cina e Vietnam del nord e incontra numerosi intellettuali di sinistra, tra i quali Jean Paul Sartre, Paul Éluard, Aimé Césaire e Mongo Beti, i quali apprezzano molto il suo impegno e la sua militanza declinati in arte. Altro suo celebre film è Xala (noto anche come L’impotenza momentanea, 1975), satira del potere tratta anche questa da un suo racconto, in cui un esponente della nuova borghesia africana è colto da una maledizione (xala), che lo rende impotente. Una satira feroce della classe dirigente, che si sente onnipotente, anche con le donne, e viene ridicolizzata da Sembène, che la colpisce proprio nel mito della virilità.

La critica al colonialismo continua in Camp de Thiaroye, film del 1987, in cui si narra l’odissea dei soldati senegalesi, che dopo aver combattuto per i francesi durante la Seconda guerra mondiale, a guerra finita vengono smobilitati senza neanche un “grazie”. Non solo, vengono stipati in un campo militare (Thiaroye), che ricorda molto un lager. I soldati chiedono di avere lo stesso cibo dei francesi, ma viene loro negato e un banale incidente finisce per innescare una feroce repressione da parte delle autorità francesi. Il film vince il Premio speciale della giuria alla Mostra del cinema di Venezia nel 1988. Sempre impegnato a denunciare ogni stortura, nei suoi film stigmatizza la condizione femminile in Fat Kiné (2000) e in Moolaade (2004) dove affronta la, purtroppo, diffusa pratica dell’escissione.

Ottimo scrittore Ousmane Sembène è considerato il padre del cinema dell’Africa nera. In molti dei suoi film i protagonisti parlano lingue africane e non francese, per rivendicare il valore culturale di quelle parlate.

«Considero il cinema un mezzo di azione politica. Ciononostante, non voglio fare dei film manifesto. I film rivoluzionari sono un’altra cosa. In più, non sono così naif da pensare di poter cambiare la realtà senegalese con un singolo film. Ma penso che se ci fosse un gruppo di registi che realizzasse film con lo stesso orientamento, noi potremmo in piccola parte modificare lo stato di cose presenti».

Ci ha lasciati nel 2007. In italiano sono stati pubblicati alcuni suoi lavori: La nera di… (Sellerio, 1991), Il fumo della savana (Edizioni Lavoro, 1991) e recentemente Niiwam (AIEP, 2023).

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