Marcelo è un professore dell’Università pubblica di Buenos Aires impegnato nell’insegnamento della filosofia. Un giorno viene a mancare il suo mentore, il professor Caselli, e la sua cattedra diventa vacante. Tra una gaffes e l’altra, scoprirà che c’è un altro collega che come lui ambisce a ottenerla: il “famoso” Rafael Sujarchuk, noto sia in ambito accademico che mediatico, per la sua relazione con una nota attrice. Mentre i due si contendono la cattedra, la situazione sociopolitica del Paese degenera e la forza del pensiero dovrà necessariamente trasformarsi in azione.
Un film sull’importanza di ribellarsi e di trasformare in azione collettiva la forza del pensiero.
È Puan – Il professore di María Alché e Benjamín Naishtat, che racconta le peripezie emotive di un appassionato professore di filosofia in modo molto diverso dai film tendenti a raffigurare gli insegnanti come eroi. Marcelo fuori dall’università è un antieroe, un uomo pieno di insicurezze e dubbi, non solo filosofici. Fa gaffes di continuo, è inadeguato in tante circostanze, non è in grado di mettersi in mostra davanti agli altri, risulta assai impacciato nel risolvere problemi pratici o barcamenarsi in quelli diplomatici. Soltanto a Puan, insieme ai suoi studenti, si trasforma, perché la passione della filosofia caratterizza tutta la sua vita e lo trascende. Si accende quando parla di Rousseau, Hobbes, Platone, ma la passione non basta, nel cinico presente fatto di autopromozione e autoreferenzialità, simboleggiate entrambe dal personaggio del collega arrivista Rafael Sujarchuk (l’ottimo Leonardo Sbaraglia), un narciso fatto professore che mira a ottenere la sua stessa cattedra.
Il regista sa come mettere in scena le altalene di potere dello spietato mondo accademico, dove non contano solo la preparazione o i titoli per “arrivare”. Marcelo, interpretato dal convincente e titanico Marcelo Subiotto, lo imparerà a sue spese, in quello che non vuole essere un film di denuncia, bensì una commedia con spunti di ilarità dichiaratamente chapliniani su chi si sente irrimediabilmente fuori posto in un mondo cinico che ci vorrebbe sempre tutti perfetti, brillanti e impeccabili.
Marcelo non lo è, è un uomo pieno di difetti, con qualche abilità bizzarra come filosofare mentre fa la verticale o il talento nel mimo, eppure è un bravissimo professore. Uno che ci crede fino in fondo, che porta la filosofia anche sui banchi dei “barrios”, che non predica soltanto, ma mette in pratica quotidianamente i valori in cui crede. Dimostrando che la filosofia non è solo, letteralmente, “amore per il sapere”, ma – direbbe Aristotele – azione e passione. Risulterà evidente soprattutto verso il finale, quando un clamoroso colpo di scena indurrà Marcelo a prendere finalmente una posizione chiara, netta e incontrovertibile, trasformando il pensiero in azione, in una lotta collettiva nel nome del diritto allo studio e al lavoro.
È interessante come la politica permei tutto il film in maniera mai invasiva: non si parla solo di filosofia, ma di vita, di lavoro, di cultura, di stipendi che non arrivano, di come affrontare una competizione e di come arrivare a fine mese. Si potrebbe quasi definire una commedia neorealista, tanto risulta efficace l’impronta di verosimiglianza nel racconto del reale, nel tratteggiare l’approccio individualista di chi pensa solo a se stesso e alla propria carriera, come l’approccio collettivo di chi invece percepisce l’università come una collettività. È la comunità educativa, determinata a scendere in strada per rivendicare il diritto a esistere.